Il fattaccio

15.01.2018


Sto lavorando come cuoca presso la caserma dei vigili del fuoco di Ostia - Roma. Chi lavora a contatto col pubblico lo sa e quelli della ristorazione ancora di più: se il cliente vuole lamentarsi troverà sempre qualcosa per cui farlo. Potresti servire aragosta e caviale tutti i santi giorni e non andrebbe comunque bene. Nel mio caso specifico un caposquadra dei vigili del fuoco dove lavoravo aveva deciso che, se per qualsivoglia motivo, fossi stata sprovvista degli ingredienti necessari alla realizzazione del menù previsto allora sarei dovuta uscire per acquistarli di tasca mia. Io, stranamente, non ero d'accordo e la discussione degenerò fino a che non lo mandai a quel paese. Comunque adesso il pranzo è pronto, ho portato fuori il carrello coi primi e rientro per finire di preparare i secondi. Mi sembra sia passato sì e no un minuto, ma nel tempo di rientare e riorganizzare le idee mi scoppia un mal di testa epocale e dopo un primo rifiuto accetto l'offerta di un altro vigile perché mi chiamino un'ambulanza. Arrivati i soccorsi mi chiedono cos'abbia (niente, solo come una lama incandescente che mi trafigge il cervello - a parte questo sto da dio); se soffro di qualcosa (asma e diabete di tipo 2). Mi mettono sulla barella, caricata sull'ambulanza e, credo, partiamo.


Avanti veloce a fine febbraio:
Mi sveglio in quello che scoprirò essere il reparto di rianimazione CR4 dell'ospedale San Camillo. Credo che svegliarmi e scoppiare a piangere sia stato un tutt'uno. Mai sarò abbastanza grata a tutti gli infermieri e ai dottori per avermi tranquillizzata fino all'arrivo dei miei genitori. Sono sveglia, sono in ospedale e ho un tubo giù per la gola motivo per cui non posso parlare. Nei giorni a seguire sarò fornita di quaderno e penna come mezzo di comunicazione perché l'unica cosa buona della mia vasta emorragia (da qui in avanti denominata La Stronza) è che colpendo il lato destro, mi ha sì lasciato il lato sinistro plegico, ma almeno il destro funge e posso scrivere, fare rumore e attirare l'attenzione degli infermieri al bisogno (motivo per cui mi guadagnerò il soprannome di Tamburina :D). Nel corso del tempo passato al CR4 scoprirò con più precisione cosa mi è successo e come si sono svolte le cose quel giorno. Gli spaventi che ho fatto prendere a parenti, amici e colleghe.
9.03.2018 Dopo un secondo intervento - quasi insignificante rispetto a quello al cervello vengo trasferita all'ospedale di Ostia (a cui torno, dato che il giorno del fattaccio ero stata portata qui, ma vista l'entità del trauma hanno deciso di trasferirmi con urgenza immediata al San Camillo dove sono stata operata fino a mezzanotte passata) anche per aiutare mamma e papà a non doversi fare più di un'ora di macchina tutti i giorni per venirmi a trovare. Al San Camillo (non so dire esattamente quando) inizia a muoversi il secondo dito del piede sinistro ed è grande festa quando lo faccio vedere a mamma, papà e sorella (che vive all'estero, ma che è scesa subito non appena saputo). Nei giorni successivi si passa dal dito, alla caviglia, alla flessione del piede (Danilo, il fisioterapista del San Camillo mi spiegherà come sia normale recuperare prima l'arto inferiore per poi salire a quello superiore).
9.03.18/16.03.18
A posteriori non una delle peggiori settimane della mia vita, ma qualcosa che ci si avvicina senz'altro: se le quattro ore di visita del San Camillo mi sembravano irrisorie l'ora concessa dal Grassi è assolutamente ridicola. Tant'è che il primo giorno non ho praticamente concesso a nessuno di stare con me - a eccezione di mamma - nonostante fossero venuti a trovarmi anche i vicini di casa. Dopo la relativa tranquillità del CR4 gli 8 morti in sette giorni del Grassi sono stati piuttosto scioccanti.


16.03.18 - IL GRANDE GIORNO


Vengo trasferita alla Fondazione Santa Lucia. Unico neo: io arrivo alle 11 di mattina, ma la stanza non sarà pronta fino al primo pomeriggio. Santo papino - che stava lì praticamente dall'alba per le scartoffie di ammissione - rimane con me fin verso l'ora di pranzo per poi andare a prendere mamma
e tornare con lei. La sera una brutta scoperta: da protocollo tutti i pazienti post comatosi vengono nutriti con pasti frullati. Così io, che già dal San Camillo mangiavo cibo solido e non ho mai avuto problemi di deglutizione, mi ritrovo a pasteggiare con sole zuppe e frutta omogeneizzata. Passerà quasi un mese prima che riesca a farmi "passare di livello" e tornare al cibo vero. Sono entrata di venerdì, quindi il sabato faccio fisioterapia a letto (non sono ancora dotata di carrozzina, che arriverà la settimana a venire).


19.03.18 (più o meno)


Nonostante mi fosse stato suggerito più volte di tener traccia del percorso per poter poi ricordare con più precisione i fatti io non l'ho mai fatto e ora ne pago lo scotto: andando a intuito e scavando nella memoria (non sempre ricordi piacevoli). Qualche giorno dopo il mio ingresso arriva la carrozzina e lì sì che ho capito il significato della parola dolore: dopo più di due mesi sempre sdraiata l'osso sacro non era più in grado di sopportare il mio peso da seduta. Anche scrivendolo sento un dolorino laggiù. Ho trascorso la giornata a piangere per il dolore. Il lunedì successivo all'ingresso inizia la tarantella delle terapie e degli esami. Se c'è una critica che mi sento di poter muovere alla Fondazione è che sarebbe bello per i pazienti essere forniti di un piano che faccia sapere loro cosa aspettarsi nel corso della giornata - ma questo può valere solo per i pazienti che come me sono coscienti e reattivi. I momenti migliori erano quando facevo fisioterapia e dalla carrozzina mi spostavano sul lettino e l'osso sacro non faceva più così tanto male.


A distanza di tanti mesi posso affermare che è stato un lavoro di squadra: io, le mie fisioterapiste (una la mattina e una il pomeriggio) e la prima logopedista che mi fu assegnata. Verso la metà di aprile mi viene tolto il tubo della tracheostomia che viene sostituito da un altro tubo che tramite apposito tappino mi consente di parlare, e nonostante la paura dei primi giorni di non riuscire a respirare autonomamente anche di notte e morire asfissiata nel sonno, riprendo a parlare. Ancora ricordo con soddisfazione il mezzo infarto che ho fatto prendere a una delle infermiere quando mi ha sentita parlare per la prima volta ^^;;


Nella prossima puntata: ospedali semoventi, cure futuriste e disastri aerei!:P

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